Paolo SimionatoArtista autodidatta

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Paolo Simionato

 

 

Artista autodidatta

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Immaginazione che diventa realtà

Paolo Simionato. Il paesaggio e la luce nel gesto.

 

 

Vi è, nella pittura di Paolo Simionato, una luce che sembra affiorare dall’interno delle cose, percorrerne i contorni, scioglierli nella vibrazione del colore. La si incontra tra le fronde che accompagnano un corso d’acqua, nel profilo di un’architettura tra i colli o nella breve accensione di una corolla. È una luce che partecipa alla costruzione dell’immagine e ne determina il ritmo: raccoglie lo sguardo attorno a un particolare, lo conduce attraverso la superficie, restituisce alla familiarità dei luoghi la freschezza di un’apparizione.

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Angolo del Muson 80X70 Olio su Tela 1991

Nato a Mirano nel 1936, Simionato si avvicina alla pittura in età matura, attraverso un percorso autonomo, alimentato dall’osservazione e dall’esercizio. L’attività professionale nel settore dell’arredamento, che comprendeva anche la vendita di dipinti, gli offre occasioni di incontro con le opere e contribuisce a educarne la sensibilità. In assenza di un maestro direttamente frequentato, è la pittura stessa a farsi scuola, soprattutto quella tradizione veneta del Novecento nella quale il colore custodisce una facoltà di interpretazione del visibile, una sua intima e inesauribile possibilità di invenzione.

I lavori degli anni Ottanta consentono di riconoscere alcuni passaggi di questo “apprendistato”. Una rosa che emerge da un fondo blu lascia avvertire suggestioni riconducibili a Renato Borsato; le reinterpretazioni dei vecchi bevitori di Marco Novati testimoniano il confronto con una figurazione di più esplicita caratterizzazione umana. Sono esercizi di comprensione, attraverso i quali Simionato interroga soluzioni compositive e accordi cromatici, ne sperimenta le possibilità, prepara gli strumenti del proprio linguaggio.

 

È tuttavia nel paesaggio che questa ricerca trova il suo sviluppo più continuativo e personale. Alla maggiore sorveglianza formale delle prime prove subentra progressivamente una conduzione più libera, nella quale la pennellata acquista velocità, si abbrevia e si accende. Il motivo si concentra in pochi rapporti essenziali; il colore assume una crescente responsabilità costruttiva. Già nei paesaggi collinari degli anni Novanta la sintesi procede attraverso l’alternanza delle masse, l’inclinazione dei piani, il dialogo tra zone luminose e addensamenti d’ombra.

Entro la cultura figurativa veneta, una simile immediatezza può suggerire affinità con il paesaggismo di Neno Mori, con quella capacità di affidare a un segno vibrante la percezione complessiva di un luogo. Il richiamo alla lezione tintorettesca avanzato da Paolo Rizzi permette invece di cogliere, in una prospettiva più remota, la qualità dinamica del tocco: il guizzo che percorre la superficie e vi introduce un’improvvisa tensione luminosa. Riferimenti che aiutano a situare la sensibilità di Simionato entro una tradizione della quale egli assimila soprattutto la vitalità del gesto.

 

I luoghi della terra d’origine costituiscono il nucleo affettivo di questa pittura. Mirano, il parco del Belvedere, le rive del Muson ritornano come occasioni di una conoscenza continuamente rinnovata. La vegetazione si traduce in rapide accensioni di verde e di giallo; l’acqua raccoglie e frantuma i riflessi; la luce filtrata dagli alberi interrompe la compattezza delle chiome. Talvolta l’intensificazione cromatica raggiunge una temperatura quasi espressionistica, nella quale si avverte la partecipazione emotiva del pittore al paesaggio.

 

In Il castello al parco, il castelletto del Belvedere affiora da una trama di tocchi e tracce che ne suggeriscono la presenza con estrema economia. L’architettura emerge nel movimento della vegetazione, dentro la stessa atmosfera luminosa. La rapidità dell’esecuzione trova il proprio riscontro nella capacità dell’occhio di ricomporre l’immagine. Ciascun segno concorre a un equilibrio che conserva, nella sua compiutezza, l’emozione del primo sguardo.

Questa libertà è sostenuta da un’assidua pratica del disegno. Le migliaia di fogli conservati documentano un’abitudine a interrogare il motivo, a fissare una disposizione, a cercare il punto dal quale un’immagine possa prendere forma. Lo schizzo trattiene il primo pensiero del dipinto e lascia aperte le possibilità della sua realizzazione. Anche la predilezione per l’acquerello appare coerente con tale disposizione. La trasparenza delle stesure, il rapporto con il bianco del foglio e i tempi di assorbimento dell’acqua richiedono decisione, misura e disponibilità ad accogliere quanto accade durante il lavoro. La pratica en plein air, esercitata anche nei paesaggi di Asolo e dell’entroterra veneto, alimenta questo rapporto diretto con la mutevolezza della luce.

 

Una dimensione più raccolta attraversa le numerose composizioni floreali. All’origine di molte si trova un episodio domestico: un mazzo donato alla moglie, una pianta in fiore, il desiderio di conservarne la bellezza oltre il tempo della fioritura. Il dipinto, a sua volta offerto in dono, prolunga quel gesto e ne custodisce la memoria. I petali diventano brevi colpi di luce, le foglie si aprono in pennellate leste, il bouquet trova consistenza nel ritmo degli accordi cromatici. La freschezza destinata a trascorrere si deposita così nella durata della pittura, conservando qualcosa della propria fragilità.

 

Dai primi anni Duemila, la progressiva autonomia del colore conduce la ricerca verso esiti prossimi all’astrazione. Gialli intensi e verdi accesi si allontanano dalla verosimiglianza naturalistica; le forme si contraggono, si intersecano, si risolvono in rapporti di energia e di peso. Il paesaggio rimane all’origine dell’immagine, mentre la sua riconoscibilità si fa più intermittente. In una veduta di una via di Napoli, lo spazio del vicolo diviene un’esplosione di tracce: del luogo reale sopravvivono una tensione direzionale, un addensamento, la memoria di una profondità.

 

In Ricordi, alcune soluzioni possono suggerire echi della sensibilità spazialista. Il colore è disposto secondo contrappunti e relazioni tra masse che rivelano una persistente attenzione all’equilibrio formale. Anche negli esiti più liberi, prossimi all’informale, il gesto conserva una funzione compositiva: apre intervalli, stabilisce corrispondenze, misura la superficie. L’esperienza maturata nel paesaggio continua ad agire entro queste immagini, ormai affidata a rapporti cromatici e ritmici.

 

Un ulteriore versante della sua ricerca è documentato dalle acqueforti e dalle puntesecche custodite nell’archivio familiare. Nell’incisione la sensibilità di Simionato si concentra nella precisione e nella qualità del segno, nella distribuzione dei tratti e nel respiro lasciato alla carta. Il paesaggio vi trova una diversa possibilità di sintesi, più raccolta e analitica, che può richiamare, per affinità di sensibilità grafica, la tradizione di Giovanni Barbisan. La vivacità della visione si traduce qui in una trama sorvegliata, capace di suggerire con finezza i rapporti tra vegetazione, spazio e luce.

 

Riconsiderare oggi l’opera di Simionato significa riconoscere la coerenza di un percorso personale cresciuto attraverso il confronto costante con la pittura. Il favore incontrato presso il pubblico e il collezionismo accompagna una ricerca che merita di essere riletta nelle sue articolazioni, dalla formazione ai più audaci sviluppi del colore. Il suo contributo alla pittura di paesaggio veneta risiede in questa progressiva conquista di libertà, nella capacità di condensare l’esperienza dei luoghi in un’immagine essenziale e partecipe. Una riva, un albero, un fiore continuano a vivere nel gesto che li ha riconosciuti: della loro presenza rimane, sulla superficie, un intenso palpito di luce.

 

Marco Dolfin

Critico e Storico dell'Arte

Direttore Artistico "Fondazione Saverio Barbaro"

Ottobre 2026

Da autentico veneziano, Paolo Simionato sfalda la forma, la frammenta, la dissolve nella luce; poi la ricostruisce. Ma il suo non è propriamente  impressionismo, sia pur nelle modalità gestuali: è semmai uno stile che nasce da Tintoretto. Egli dipinge infatti partendo da un “letto” oscuro su cui si accendono sciabolate violente, a macchie nervose, a strisci, a ombre fermentanti. Una simile maniera è chiamata “luminismo” dagli storici dell’arte. In realtà Simionato si riallaccia a tutta una tradizione rendendola viva, fresca, quindi attuale. Il tocco scatta subitaneo, come un lampo; e fa risplendere tutta l’immagine, irrorandola di una rugiada che si infiltra nelle masse oscure ed arruffate. Allora si riconoscono, in questa pittura così forte ed energica, i luoghi che sono in genere quelli della zona veneziana del Brenta, alberi, case, corsi d’acqua, riviere. Noi sentiamo più il timbro sentimentale di questi luoghi che non la loro definizione. Tutto diventa forza della natura: quindi stato d’animo. La luce, che si illumina nei contrappunti rossi ed azzurri sui verdi e le ocre della vegetazione, è appunto un’epifania dello spirito. Essa si fa largo nei recessi della memoria, la ravviva, la rende perfino sanguigna, cioè umorale.                                                                                              

 

Paolo Rizzi

Da autentico veneziano, Paolo Simionato sfalda la forma, la frammenta, la dissolve nella luce; poi la ricostruisce. Ma il suo non è propriamente impressionismo, sia pur nelle modalità gestuali: è semmai uno stile che nasce da Tintoretto....